domenica 24 maggio 2015

Falcone, la Mafia, il Risorgimento



Falcone, la Mafia, il Risorgimento
Posted on 24 maggio 2015, 12:27 By 
Il 23 maggio 1992, esattamente 23 anni fa, morivano a Capaci, dilaniati da esplosivo mafioso, il Giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e la loro scorta, Vito Schifani, Rocco di Cillio e Antonio Montinaro (per vedere clicca quì).
Vogliamo ricordarli in modo un po’ inusuale, senza accodarci alle rituali celebrazioni in cui primeggiano anche coloro che in vita avevano avversato, emarginato e contrastato in tutti i modi Giovanni Falcone.
Vogliamo ricordarli con qualche pensiero di Paolo Borsellino (che pagherà anche lui con la vita la sua dedizione ad uno Stato corrotto ed irriconoscente) (per vedere clicca qui) e ricordando la nascita e lo sviluppo della mafia che coincide con quello che, ancora oggi, viene chiamato “risorgimento”.
Non solo per ricordare le origini e le responsabilità prime del suo sviluppo e radicamento, ma anche perché solo comprendendo la genesi e la “filosofia” si può pensare di affrontarla veramente e batterla.
I funerali delle vittime di Capaci si svolgono nella Basilica di San Domenico, in una grigia giornata di pioggia. I politici sono costretti a entrare in chiesa dal retro per evitare l’assalto dei cittadini indignati.  Paolo Borsellino, Antonino Caponnetto e i loro colleghi sono tutti lì in piedi, con la toga addosso, terrei in volto. Segnati e svuotati dal dolore. Dalle navate della chiesa si sollevano grida di rabbia contro i rappresentanti delle istituzioni. Fuori continua a piovere.
 "Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa dopo la tua morte: "Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello... quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero... ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c'è il più testa di minchia di tutti... Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge".
(P. Borsellino)
Ancora oggi, in compagnia del Presidente della Repubblica, che pure ha avuto un fratello ucciso dalla Mafia ma nella commemorazione riesce ad infilarci anche il calcio, tra i corifei della celebrazione, munito di apposita fascia tricolore ed in completa assenza del senso del ridicolo, presenziava ad esempio Leoluca Orlando, che fu tra i peggiori detrattori (per usare un eufemismo), di Giovanni Falcone.
Leonardo Sciascia si era permesso di affermare che oltre alla mafia, proliferano molti professionisti dell’antimafia. Da quel momento il suo ridimensionamento è stato lento, ma costante. Solo le sue qualità, i suoi riconoscimenti e le sue opere gli evitano l’emarginazione totale.
Ancora Paolo Borsellino, ad un mese dalla morte dell’amico Falcone: «Falcone è morto per noi perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione... per amore. La sua vita è stata un atto d’amore verso questa città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo, continuando la loro opera, dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo».
Ma come ha fatto la mafia, con le varie declinazioni di ‘ndrangheta, camorra, nuova corona unita, ecc., ad ottenere e mantenere il potere che oggi ha ?
Anzitutto la mafia non c’è da sempre e quindi, come per tutte le strutture umane, se ha avuto un inizio, avrà anche una fine. Basta volerlo con ferma volontà ed attuare le strategie per fargli perdere il brodo di cultura in cui vive e prospera.
L’onorata società nasce, in origine, come reazione ad ingiustizie baronali, all’oppressione del potere che la nobiltà latifondista ed improduttiva attuava, per ribadire sempre e comunque la propria supremazia. Il nome “onorata società”, che oggi viene usato in senso ironico, quindi, alle origini non era immeritato anche se, per ovvie ragioni, doveva operare nell’ombra. Con il tempo questi ideali da novelli Robin Hood si sono sempre più allontanati e, percepito il “potere” che avevano e l’omertà di cui erano circondati, i mafiosi si sono evoluti sfruttando la propria posizione dominante per utilizzarla a fini delinquenziali e delittuosi.
Il Regno Borbonico delle Due Sicilie aveva sempre represso ed ostacolato il loro sviluppo e, nella clandestinità, le varie mafie non erano mai riuscite ad imporsi. Le riforme del Regno Borbonico, oltretutto, le avevano fortemente limitate nell’approccio con il mondo contadino dell’epoca.
Prima tra tutte, la riforma della Giustizia che disponeva, fatto rivoluzionario per l’epoca, che ogni sentenza, dovesse essere motivata adeguatamente e pubblicata.
Fatto ancora più rivoluzionario, la nomina dei giudici locali diventa prerogativa del Re e non più dei baroni locali dai quali, in precedenza, dipendevano ed a cui dovevano obbedienza. Queste riforme, unite ad una feroce repressione del fenomeno mafioso e ad un notevole sviluppo economico, avevano aperto spiragli di vera giustizia sociale, senza doversi affidare a “vendicatori” improbabili ed interessati solo ad avere un proprio reale “potere” che non a difendere veramente i deboli e gli indifesi come nelle origini.
Lo sviluppo delle mafie si ha nel 1860 con lo sbarco di Garibaldi e dei Mille a Marsala e con quello che tuttora viene spacciato come “Risorgimento” ed “Unità d’Italia”, ma che in realtà fu una aggressione ed una annessione con una guerra non dichiarata, perpetrata dalla massoneria inglese utilizzando Garibaldi come un burattino in un gioco molto più grande di lui e che, probabilmente, mai riuscì a capire completamente.
Non ci interessa, in questa sede, l’azione mortifera della massoneria (ne parleremo in altra sede), quanto parlare della rinascita della mafia. Ma un po’ di storia occorre farla per inquadrare il periodo.
Garibaldi sbarca a Marsala con 1.000 volontari su due battelli forniti, sotto banco, dietro garanzie della massoneria inglese e del governo piemontese. La marina borbonica è la seconda marina al mondo dopo quella inglese e, senza dubbio, la più potente del mediterraneo. Pensare che due battelli scalcagnati potessero arrivare a Marsala e sbarcare senza colpo ferire era una pura utopia. Lo stesso Garibaldi, nelle sue memorie scriverà: “la nobile bandiera di Albione contribuì, anche questa volta, a risparmiare lo spargimento di sangue umano; e io, beniamino di codesti Signori degli Oceani, fui per la centesima volta il loro protetto”.
I garibaldini sbarcano quindi a Marsala, ma, checché ne dica la storiografia ufficiale, non vengono accolti bene dalla popolazione. Giuseppe Bandi non esita a dire con sincerità “Fummo accolti dai marsalesi come cani in chiesa”(1).
La prima battaglia che i garibaldini devono combattere, si svolgerà a Calatafimi.

In realtà, più che una battaglia epocale, come celebrato dalla storiografia ufficiale, fu la prova pratica che i soldi inglesi per pagare il tradimento degli ufficiali e generali borbonici funzionavano.
Il 13 maggio 1860, Garibaldi è a Salemi e qui si presenta un certo Coppola (omen nomen), un ricco latifondista locale con circa 200 contadini armati, che chiede di aggregarsi. E’ il primo concreto segnale di amicizia che i potenti locali in odore di Mafia offrono per salire sul carro del futuro vincitore.
Le forze in campo a Calatafimi vedono i borboni, posizionati su una collina, disporre di 2.500 fanti, uno squadrone di cavalleria e 4 pezzi di artiglieria. Le forze garibaldine ammontano, nonostante gli aiuti di provenienza mafiosa, a meno di 1.500 uomini posizionati in fondo ad una valle e male armati. Nino Bixio, vista la situazione, consiglia a Garibaldi la ritirata e qui Garibaldi pronuncia la frase celeberrima : “Qui si fa l’Italia o si muore”. Lungi dall’avere il significato eroico che la storiografia partigiana gli ha assegnato,  tradotta vuol dire “Con tutti i soldi inglesi che hanno comperato gli ufficiali borbonici e gli appoggi che abbiamo da tutti coloro che hanno deciso di tradire il Re Borbone, compreso il Generale Landi, se non vinciamo qui è meglio morire perché non ci faranno neanche tornare a casa”.
Infatti i borbonici si arrendono. La battaglia “epica”, celebrata in pompa magna, vedrà a fine giornata 36 morti e 148 feriti lamentati dai borbonici e 32 morti e 180 feriti tra i garibaldini.
Da qui la mafia, che era sempre stata combattuta dai Borboni, inizia a stipulare accordi sempre più accomodanti e vantaggiosi con i nuovi padroni garibaldini a nome dei piemontesi.
In particolare, l’arrivo di Garibaldi costituisce il vero spartiacque della storia della mafia che si rende conto, per la prima volta, di poter giocare un ruolo diverso nella società siciliana. Non più “contro” il governo centrale, ma di sostegno al potere politico.
Sopravvissuta sino ad allora per supportare il potere ed i privilegi baronali, ma combattuta strenuamente dal governo centrale del Regno, la mafia trova l’occasione per espandersi dall’ambito contadino, dove era confinata, alle città e costituirsi benemerenze presso il nuovo potere, trattando alla pari o da posizioni privilegiate e non più in condizioni di sudditanza. Analogo atteggiamento avrà la camorra con l’entrata dei garibaldini a Napoli.
Dopo Calatafimi, infatti, numerose altre squadre di “picciotti” dall’aspetto poco rassicurante si uniscono ai garibaldini. Come nota Giuseppe Cesare Abba  “Ho veduto dei montanari armati fino ai denti, con certe facce sgherre e certi occhi che paiono bocche di pistole; tutta questa gente è condotta da gentiluomini ai quali obbedisce devota”. (2)
<<I contatti “ufficiali” dei garibaldini con la mafia (o come si diceva allora: Maffia) erano tenuti da Giuseppe La Masa e Giovanni Corrao. Naturalmente non ci sono prove né documentazione su questa combutta: gli uni non erano certo orgogliosi del sodalizio, gli altri non mettono per iscritto le loro vicende>> (3)
Tralasciamo l’attraversamento dello stretto di Messina che stranamente Garibaldi effettua con semplicità (basti pensare ai problemi che hanno avuto le forze alleate nella seconda guerra mondiale a fare lo stesso sbarco sulle coste calabresi), ed arriviamo a Napoli.
Mentre Garibaldi è ancora a Salerno con pochi compagni, il Ministro degli interni e della polizia del Regno delle Due Sicilie, Liborio Romano, gli invia un telegramma indirizzato “all’invincibile Generale Garibaldi, Dittatore delle Due Sicilie”. Quando si dice la fedeltà !
Tramite Liborio Romano, Garibaldi entra in contatto e fa un accordo con Salvatore De Crescenzo (detto Tore ‘e Criscienzo), che è il capo riconosciuto della camorra e che si trova in carcere. Gli accordi prevedono la liberazione di tutti i detenuti camorristi in cambio dell’aiuto “rivoluzionario” a Garibaldi consistente nell’eliminazione “per coltello” dei delegati di polizia e nella presa di controllo della città di Napoli.

“Il vertice camorrista si era già riunito, con patriottica tempestività, per definire la strategia di appoggio a Don Peppino. Per il loro inusitato ruolo di “tutori dell’ordine” in occasione dell’arrivo di Garibaldi, i camorristi vengono dotati di una opportuna coccarda tricolore, come segno di riconoscimento”. (2)
Sollecitato dai notabili napoletani e rassicurato dalla camorra sulla riuscita dell’operazione e sulla sua sicurezza personale, Garibaldi decide di partire subito. Sale su un treno speciale e all’una e mezzo del pomeriggio del 7 settembre arriva alla stazione di Napoli. Sarà un viaggio irripetibile perché mesi dopo i nuovi padroni si porteranno via le traversine, le rotaie e tutto il materiale da trasferire al nord.” (3)
(Per vedere ed approfondire clicca qui)                                                                                                                                                                                                                                          <<All’arrivo di Garibaldi “l’onorata società sistemò i suoi uomini tutto intorno per assicurare, contemporaneamente, il calore della gente e la disciplina nel manifestarlo. In prima fila, appena davanti ai cavalli del traino, Michele “’o chiazziere”,  che normalmente ritirava le tangenti dagli ambulanti in piazza. Sull’altro lato “’o schiavuttiello” che sembrava un saraceno. In mezzo Salvatore, il fratello di Marianna (detta “la Giovannara” proprietaria della bettola dove si riuniva il gotha della Camorra). Tore ‘e Criscenzo. Guardiani dellla malavita, padrini dell’Unità d’Italia. La presenza di Liborio Romano,Tore ‘e Criscenzo e dei suoi “capipanza” garantisce a Garibaldi l’incolumità e alla camorra nuova autorevolezza e sancisce il ruolo di Romano come garante dei nuovi equilibri.>> (5)
L’11 settembre emette un decreto per abolire l’ordine dei Gesuiti e confiscarne i beni. Il 23 il Cardinale Sforza è costretto a lasciare la città di Napoli.
Oltre alle razzie continue ed ai regolamenti di conti (la gestione camorristica dei servizi di polizia può forse garantire l’efficienza, ma non certo l’applicazione della Giustizia), Garibaldi ha bisogno di denaro fresco, nonostante i continui finanziamenti in arrivo dall’Inghilterra e dal Piemonte.
All’atto della conquista, nel Regno delle Due Sicilie circola moneta per un valore doppio rispetto a quello di tutti gli altri Stati messi insieme, comprendendo fra questi anche lo Stato Pontificio. 443.200.000 lire di allora nel Regno delle Due Sicilie contro le 226.000.000 complessive di tutto il resto della penisola” (6). (Per sapere di più clicca qui)
Dopo aver rapinato, a Palermo, il Banco di Sicilia, a Napoli si fa molto di più e molto meglio, visto anche che gli amici da soddisfare sono molto aumentati e con essi le esigenze di cassa. Si spoglia il Banco di Napoli. Si depreda il tesoro del Regno oltre a quello personale del Re.
Ad esempio il 23 ottobre un decreto toglie 6 milioni di ducati (1.350 milioni di Euro attuali) da distribuire patriotticamente a tutti coloro che avevano subito ingiustizie e persecuzioni da parte dei Borbone. Si scatena una lotta furibonda a presentarsi come vittime, parenti o eredi di vittime, ad inventarsi vessazioni inesistenti secondo una prassi che, inesistente prima, continua ancora oggi con la medesima filosofia . Molto maggiori sono i vitalizi e le pensioni per gli amici camorristi ed i loro parenti. Nel giro di 2 mesi le casse, pur fornitissime, sono completamente svuotate, ma non le richieste che continueranno ad affluire.
Per la prima volta nella storia italiana si verificano su vasta scala episodi di utilizzo di fondi pubblici per fini politici e compare la figura, che si svilupperà molto nel ‘900 per arrivare trionfalmente ai giorni nostri, del “faccendiere politico”.
Per le assunzioni (la vecchia classe impiegatizia e dirigente, che sapeva leggere e scrivere viene esautorata) ci sono 3 – 4 persone assunte per ogni posto disponibile. Le fila di volontari garibaldini nullafacenti si ingrossano a dismisura e, quando arriveranno i sabaudi e l’armata meridionale sarà sciolta, i “volontari” si precipitano in banca per riscuotere il saldo arretrato in base a semplici atti di presenza, senza alcuna firma di superiori. Se qualche impiegato bancario si azzarda a richiedere qualche minima spiegazione, le armi pronte fanno ottenere agli eroici patrioti quello che richiedono. Nel 1861, dopo mesi dallo scioglimento dei reparti volontari, vengono ancora pagati altri 4 milioni di franchi, sempre prelevati dalle casse meridionali. In questa sede, visto che ci interessa analizzare il fenomeno camorristico ed il mal costume istituzionalizzato, non teniamo in considerazione le somme trasferite direttamente al governo di Torino.
Questa rapida carrellata, che richiederebbe ben altro approfondimento, è un pallido resoconto della metamorfosi della Mafia, così come della ‘ndrangheta e della camorra, da antagonisti dello Stato a fiancheggiatori. La  mafia non ha mai operato “fuori” dallo Stato o contro di esso. Ha operato ed opera contro i cittadini, indifesi dallo Stato e costretti, dall’assenza dello stesso Stato, all’omertà per sopravvivere. Ha operato contro qualche servitore dello Stato, (giudici, poliziotti, prefetti, ecc.) che da allora, ciclicamente, hanno pensato di servire realmente e fedelmente lo Stato, ma che lo Stato ha abbandonato al  proprio destino senza copertura politica, ne fisica o logistica.
Questa è la genesi che oggi ci troviamo ancora a combattere, con l’aggiunta che, in un mondo ormai globalizzato il contro-potere delle mafie si è esteso, dal meridione d’Italia a tutto il mondo.
Recidere i legami politici, presidiare il territorio non consentendo sacche di anomali “zone franche”, ripristinare la legalità iniziando dalle piccole cose, eliminare le burocrazie per tagliare il piccolo potere dei piccoli burocrati dietro cui si celano le grandi corruzioni, attuare un reale sviluppo economico dando alternative alla bassa manovalanza disperata che, in assenza di alternative legali ed alla luce del sole, ingrossa le fila della criminalità pur se volesse condurre una vita tranquilla di onesto lavoro, sono le uniche strade per affrontare, combattere e vincere le mafie. Tutte le mafie.
(1)   Giuseppe Bandi – I Mille da Genova a Capua – Ed. Rizzoli – Milano 1960
(2)   Giuseppe Cesare Abba – Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille – Zanichelli – Bologna 1960
(3)   Gilberto Oneto – L’IPERITALIANO Eroe o cialtrone ? Biografia senza censure di Giuseppe Garibaldi – Il Cerchio iniziative editoriali – Rimini 2006
(4)   Aldo Servidio – L’imbroglio nazionale. Unità e unificazione dell’Italia 1860-2000 – Alfredo Guida Editore – Napoli 2002
(5)   Lorenzo Del Boca – Indietro Savoia – Piemme – Casale Monferrato 2003
(6)   Nicola Zitara – L’Unità d’Italia: nascita di una colonia – Jaka Book – Milano 1971

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